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Deadline, call, feedback: quanto inglese sappiamo davvero?

Deadline, call, feedback: quanto inglese sappiamo davvero?

Molto prima delle riunioni ribattezzate call e delle scadenze diventate deadline, l'italiano dell'ufficio parlava già inglese. Nel 1977 usciva per Rizzoli un libro dal titolo tanto ironico quanto rivelatore, Parliamo itang'liano, ovvero le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuole fare carriera, firmato con lo pseudonimo di Giacomo Elliot da un autore che si sarebbe poi scoperto essere Roberto Vacca. Già allora, quando la posta elettronica era lontana dalla vita quotidiana e nessuno aveva mai sentito nominare lo smart working, il gergo aziendale era abbastanza infarcito di inglese da meritare una guida semiseria, quattrocento voci che mettevano in fila i tic linguistici di chi in ufficio voleva sembrare al passo.


Mezzo secolo di parole in prestito

Da allora quel vocabolario non ha fatto che allargarsi. Alle 400 parole di Vacca si sono aggiunte call, feedback, target, brief, forecast, insieme a formule intere che ormai scandiscono la giornata di lavoro. Sarebbe però sbagliato immaginare un italiano sommerso dall'inglese, perché nei dizionari gli anglicismi rappresentano ancora una quota ridotta del lessico complessivo. La loro forza non sta tanto nella quantità quanto nella visibilità che assumono in alcuni ambiti, addensandosi proprio dove la vita professionale è più esposta all'influenza internazionale, tra uffici, marketing e tecnologia.


Le parole che si usano senza guardarle

C'è poi un dettaglio che rende il fenomeno più curioso di una semplice ondata di prestiti, perché molte di queste parole, pronunciate con disinvoltura, nascondono piccole sorprese. Lo stage che tanti dicono all'inglese non viene affatto dall'inglese, ma dal francese, dove indica il tirocinio. Lo smart working, che in Italia è diventato quasi un sinonimo di lavoro da casa, nel mondo anglosassone descrive qualcosa di più ampio e sfumato. Persino i social, nominati mille volte al giorno, sono una forma tutta italiana, un'abbreviazione di social network che a un madrelingua suonerebbe incompleta. Sono parole che maneggiamo bene pur senza sapere sempre da dove vengano, e questo è già il sintomo di qualcosa di più grande.


Usare una parola non è possederla

Qui sta il punto più interessante, quello che il titolo ironico del 1977 lasciava già intuire. Conoscere i termini giusti per una riunione non equivale a padroneggiare la lingua da cui quei termini provengono: sono due competenze distinte, e la seconda è assai più rara della prima. Lo conferma un dato dell'indagine europea sull'istruzione degli adulti, secondo cui tra gli italiani dai venticinque ai sessantaquattro anni che dichiarano di conoscere almeno una lingua straniera soltanto il 15% circa afferma di padroneggiarla a un livello avanzato, tale da comprendere testi complessi e da usarla con piena scioltezza. È una delle percentuali più basse dell'Unione europea, dove la media si colloca intorno al 28%.

Il numero va trattato con prudenza, perché si fonda sull'autovalutazione di chi risponde e riguarda la lingua straniera meglio conosciuta, non necessariamente l'inglese. Anche con queste cautele, però, la distanza resta eloquente. Riconoscere e usare meeting, feedback o deadline è una competenza lessicale ristretta, quasi un codice condiviso tra colleghi; sostenere un'intera conversazione professionale in inglese, argomentare, cogliere le sfumature è tutt'altra cosa, e molto meno diffusa di quanto il nostro parlato d'ufficio lasci supporre.

A distanza di quasi mezzo secolo, la domanda nascosta in quel vecchio titolo resta sorprendentemente attuale. Al repertorio delle 400 parole per fare carriera ne abbiamo aggiunte molte altre, senza che questo significhi aver imparato nel frattempo la lingua che le ha generate. L'inglese dell'ufficio somiglia a un abito che si indossa con disinvoltura, utile a sentirsi parte di un ambiente e a mostrarsi al passo con i tempi. Ma un abito, per quanto ben portato, non è la persona che lo indossa: una manciata di parole giuste non è ancora una lingua. Quella, semmai, comincia nel momento in cui si smette di ripeterla per cominciare a usarla.

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