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Harvard lo consiglia, Princeton lo organizza: il gap year visto dalle grandi università

Harvard lo consiglia, Princeton lo organizza: il gap year visto dalle grandi università

Prendersi un anno tra la scuola e l'università, o nel mezzo degli studi, in Italia può sembrare ancora come una piccola deviazione da giustificare. Altrove, invece, è una strada battuta e persino organizzata, al punto che alcune fra le università più celebri del mondo non solo la permettono, ma la consigliano. Vale la pena affacciarsi a vedere come funziona, perché il quadro è più curioso di quanto si immagini.


Le università che lo consigliano

Il caso più sorprendente è quello di Harvard. Chi viene ammesso si sente suggerire dall'ateneo stesso di rimandare l'iscrizione di un anno, per viaggiare, lavorare o dedicarsi a un progetto, e l'università racconta di farlo ormai da oltre quarant'anni. Dietro il consiglio c'è un'idea semplice, quasi controcorrente per un posto così competitivo: arrivare ai corsi dopo una pausa, invece che con il fiato corto di chi non si è mai fermatoo, può fare bene.

Non è un'eccezione isolata. Nel Regno Unito la possibilità di rimandare l'inizio dell'università di un anno è prevista dal sistema stesso di iscrizione, una casella da spuntare nella domanda, segno che il gap year è entrato da tempo nella normalità amministrativa.


Quando l'anno diventa un programma

La parte più interessante arriva però quando quel tempo, invece di essere lasciato libero, viene costruito. Princeton offre ai suoi ammessi un programma di nove mesi, finanziato dall'università, in cui si parte per una sede all'estero, si vive presso famiglie del posto e si studia la lingua locale prima ancora di mettere piede in aula. Duke, dal canto suo, mette a disposizione fondi per chi vuole dedicare l'anno a un'esperienza di impegno civile, con la richiesta di fermarsi ogni tanto a riflettere su ciò che si sta vivendo.

In questi casi il gap year smette di somigliare a una lunga vacanza e diventa qualcosa di più simile a un primo capitolo degli studi, fatto di lingua, incontri e vita reale invece che di lezioni.


Un'idea più antica di quanto sembri

L'idea, del resto, non è affatto nuova. Alcuni Paesi europei sono arrivati a riconoscere ufficialmente questo tempo: la Francia, per esempio, ha una forma di pausa disciplinata dalle regole universitarie, che in certi casi permette perfino di veder riconosciuto ciò che si è imparato lontano dai banchi. È il segno di una convinzione diffusa, cioè che si possa imparare molto anche fuori da un'aula, purché quel tempo venga speso con una qualche intenzione.

C'è chi lo dedica al volontariato, chi al lavoro, chi al viaggio. E c'è chi lo usa per imparare una lingua vivendola, che resta uno dei modi più concreti di trasformare qualche mese lontano da casa in qualcosa che rimane. Non a caso alcuni dei programmi più strutturati, come quello di Princeton, affiancano all’esperienza sul posto lo studio della lingua locale e la vita presso una famiglia ospitante.

Guardare a come funziona altrove non serve a stabilire se un anno di pausa sia giusto o sbagliato, una risposta che dipende da ciascuno. Serve semmai a spostare un po' lo sguardo, e a ricordare che il tempo fuori dal percorso ordinario non è per forza un vuoto da riempire in fretta. In alcuni dei sistemi universitari più consolidati, anzi, questo tempo ha già trovato un posto riconosciuto all’interno del percorso di formazione.

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