Studiare o lavorare dopo il diploma? I giovani scelgono entrambi
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Ogni estate, circa mezzo milione di ragazzi conclude le scuole superiori e si trova davanti alla stessa domanda: e adesso? C'è chi ha già le idee chiare e chi, invece, sta ancora valutando le proprie opzioni. Una verità rimane: per tutti quel momento rappresenta uno dei passaggi più delicati della vita, quello in cui si prova a dare una forma al futuro tenendo insieme ciò che si desidera e ciò che il mondo intorno mette a disposizione.
Quando il Censis ha domandato a più di 8.000 studenti degli ultimi anni delle superiori che cosa vorrebbero fare una volta ottenuto il diploma, la risposta più frequente non è stata né il solo studio né il solo lavoro, ma la combinazione dei due. Il 41,7% vorrebbe studiare e lavorare nello stesso periodo, un'aspirazione che racconta molto di questa generazione, tanto più se si osserva che cosa accade a quel desiderio un anno più tardi.
Non solo studio, non solo lavoro
Per inquadrare bene la questione conviene partire dal quadro completo delle intenzioni. Accanto a quel 41,7% che vorrebbe conciliare studio e lavoro, poco più di un quarto degli studenti (il 26,2%) immagina di dedicarsi unicamente allo studio, mentre chi vorrebbe entrare subito nel mondo del lavoro resta una minoranza (il 16,0%). Una quota quasi identica, il 16,1%, non ha ancora deciso oppure pensa di concedersi un anno per riflettere prima di scegliere.
Le aspirazioni, però, cambiano sensibilmente a seconda del percorso di studi. I liceali guardano soprattutto alla prosecuzione degli studi, che molti immaginano intrecciata a un lavoro (il 48,5%), mentre, negli istituti tecnici e professionali, si fa strada con più forza il desiderio di entrare presto nel mercato del lavoro (una scelta che riguarda circa uno studente su quattro nei tecnici e più di quattro su dieci nei professionali). Nel complesso, al di là della formula che unisce studio e impiego, quasi sette diplomandi su dieci contano di proseguire gli studi; la grande maggioranza di loro pensa all'università.
A completare il quadro arriva un dato che introduce una sfumatura interessante. Tra coloro che prevedono di cercare un'occupazione, oltre la metà (il 51,5%) non mette al primo posto lo stipendio, bensì la possibilità di svolgere un lavoro capace di valorizzare i propri talenti e le proprie aspirazioni. Il reddito, da solo, viene prima di tutto soltanto per una minoranza, segno che per molti lavorare non significa semplicemente guadagnare, ma trovare un modo per realizzarsi.
Tra le intenzioni e la realtà, una forbice
Fin qui i desideri. Che cosa accade, però, quando incontrano la realtà? Le statistiche ufficiali raccontano una storia in parte diversa: tra i diplomati del 2024, a dodici mesi dal titolo, soltanto il 7,7% sta effettivamente studiando e lavorando insieme, il che fa della formula più desiderata anche una di quelle che si realizzano più di rado.
Prima di leggere quel numero come una sconfitta, però, vale la pena una precisazione: le due cifre non riguardano le stesse persone. Il 41,7% sono le intenzioni degli studenti di oggi, il 7,7% la condizione di chi si è diplomato nel 2024, osservata un anno dopo. Più che di un fallimento, insomma, si tratta della distanza tra ciò che si desidera e ciò che, nei primi tempi, riesce a diventare concreto.
Una dinamica simile riguarda anche chi puntava direttamente al lavoro: per i diplomati di istituti tecnici e professionali l'ingresso nel mondo del lavoro non è sempre rapido, al punto che una parte finisce col tornare sui banchi. Esiste poi un ultimo dato che aiuta a leggere il momento: all'inizio dell'ultimo anno di scuola quasi quattro studenti su dieci (il 38,9%) ammettono di non sentirsi ancora pronti a scegliere che cosa fare dopo il diploma. L'incertezza quindi, lungi dall'essere un'eccezione, è parte fisiologica di questa fase.
Le ragioni di questa distanza sono molte e si intrecciano: il mercato del lavoro, i tempi lunghi dei percorsi di studio, la scarsità di formule pensate per tenere insieme le due cose. Sono questioni complesse, che non si liquidano in un articolo. Vale però la pena spostare lo sguardo su un'altra domanda: che cosa racconta, un desiderio così diffuso, sul modo in cui i giovani vogliono imparare?
Imparare facendo, non solo studiando
Se metà dei diplomandi aspira a unire studio e lavoro, tenendo fede a quel desiderio persino quando le condizioni non glielo rendono semplice, forse quel desiderio racconta qualcosa di preciso: questa generazione vuole imparare attraverso l'esperienza, non soltanto sui libri. C'è il bisogno di mettere alla prova ciò che si studia, di vedere come funziona nella pratica, di capire chi si è anche facendo qualcosa che non coincide solo con il raccogliere buoni voti.
Dietro tutto questo agisce una verità piuttosto semplice: si impara moltissimo quando si fa qualcosa di concreto, con una responsabilità reale sulle spalle. Un'esperienza pratica trasmette lezioni che nessun corso riesce a dare allo stesso modo, dalla capacità di assumersi responsabilità al modo di stare in mezzo agli altri, fino all'abilità di cavarsela quando qualcosa non va come previsto. Orienta spesso meglio di qualunque test attitudinale, perché provare una strada resta il modo più diretto per capire se è la propria. Non sorprende che molti ragazzi indecisi comincino a vedere più chiaro proprio quando si mettono in gioco: diverse settimane trascorse a lavorare in un contesto nuovo hanno la possibilità di lasciare un segno più profondo di un intero semestre passato soltanto ad ascoltare.
Studio e lavoro possono convivere?
Se le cose stanno così, il desiderio di intrecciare studio e lavoro non ha nulla di irrealizzabile: ha soltanto bisogno di contesti che lo rendano possibile. Alcuni di questi esistono già, in Italia come all'estero. Certi percorsi professionalizzanti nascono proprio per tenere insieme formazione e pratica, mentre, aggiungendo al desiderio una dimensione internazionale, entrano in gioco possibilità che possono portare più lontano, in tutti i sensi: esperienze di studio e lavoro all'estero che uniscono lo studio di una lingua ad un vero proprio impiego.
In programmi di questo tipo studiare e lavorare non sono due strade alternative tra cui scegliere, bensì un'unica esperienza: si frequenta un corso di lingua e, allo stesso tempo, si lavora sul posto, nella ristorazione, nel turismo o nei servizi, usando una seconda lingua ogni giorno e in situazioni sempre diverse. È una delle formule con cui EF accompagna chi decide di partire, con il pregio di far coincidere due cose che di solito restano separate: imparare e fare. Non è la risposta a tutto, né pretende di sostituire le altre strade ma rimane uno dei modi più efficaci in cui quel 41,7% può trovare una forma concreta.
In fondo, la fotografia scattata dal Censis racconta soprattutto questo: c'è una generazione che non ha voglia di rimandare la vita alla fine degli studi, ma preferisce viverla e impararla nello stesso momento. La distanza tra ciò che questi ragazzi desiderano e ciò che riescono a realizzare subito non è un verdetto sulle loro capacità, quanto piuttosto la misura di quanto le loro aspirazioni corrano più veloci delle occasioni che trovano davanti. Aiutarli a incontrare il contesto giusto, che sia un percorso in Italia o un'esperienza all'estero, significa dare a quel desiderio la forma che merita. Il resto lo farà la voglia di provarci.