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Mai così esposti all’inglese, mai così in difficoltà a parlarlo

Mai così esposti all’inglese, mai così in difficoltà a parlarlo

Mai come oggi l'inglese è a portata di mano. Chi è nato dopo il Duemila lo incontra decine di volte al giorno senza cercarlo, nelle serie viste in lingua originale, nei videogiochi, nei testi delle canzoni, nello scorrere infinito dei social. Verrebbe da pensare che una generazione cresciuta dentro questo flusso ininterrotto sia anche la più competente di sempre. I dati raccontano il contrario.

Ogni anno EF misura il livello di inglese nel mondo con l'English Proficiency Index, l'indice costruito sui test sostenuti da milioni di persone. Confrontando come è cambiata la competenza delle diverse fasce d'età negli ultimi dieci anni, emerge un dato che spiazza: la fascia tra i 18 e i 20 anni ha perso 87 punti, mentre tutte le generazioni sopra i 25 sono rimaste stabili o sono perfino migliorate. La più esposta all'inglese è l'unica il cui inglese è peggiorato.


I più giovani arretrano, gli adulti no

Il quadro completo rende la sorpresa ancora più netta, perché divide le generazioni in due gruppi che si muovono in senso contrario. Da una parte i più giovani, che arretrano: 87 punti persi tra i 18 e i 20 anni, 11 tra i 21 e i 25. Dall'altra tutti gli over 25, che invece avanzano, con guadagni compresi tra i 4 e i 6 punti a seconda della fascia. Il confine cade intorno ai venticinque anni, e più si scende sotto quella soglia più la caduta si fa profonda.

È un ribaltamento delle attese, perché contraddice l'idea intuitiva secondo cui più contatto con una lingua produce più competenza. Se fosse così, la generazione dei nativi digitali dovrebbe guidare la classifica, non chiuderla.


Il mondo si è fermato nel 2020

Il crollo dei più giovani non è un caso isolato, ma la punta di un fenomeno più ampio. Secondo lo stesso rapporto EF, il 2020 è stato l'ultimo anno in cui la conoscenza globale dell'inglese è cresciuta; da allora l'avanzamento si è fermato, chiudendo un lungo periodo di miglioramento continuo. Il calo della fascia più giovane è la manifestazione più vistosa di questo stallo, il punto in cui una tendenza diffusa diventa impossibile da ignorare.

Quanto alle ragioni di questo arretramento, conviene muoversi con cautela, perché l'indice si costruisce sui test di chi decide di sostenerli e non su un campione casuale della popolazione, il che gli permette di rivelare una tendenza senza però spiegarne la causa. Tra le letture possibili, una chiama in causa la pandemia, che ha colpito la scuola proprio negli anni in cui la fascia oggi più penalizzata sedeva tra i banchi; un'altra riguarda un equivoco più sottile, quello per cui l'abbondanza di inglese intorno a sé viene scambiata per padronanza. Restano ipotesi, non conclusioni.


Ascoltare l'inglese non significa saperlo

C'è però un punto su cui la ricerca sull'apprendimento offre appigli solidi: la distinzione tra esposizione e uso. Ascoltare inglese tutto il giorno costruisce familiarità, un orecchio che riconosce suoni e parole, ma non equivale a saperlo produrre. Riconoscere una frase in una serie e ricostruirla quando serve sono due competenze diverse, e la prima non porta automaticamente alla seconda, che si allena soltanto mettendo la lingua in pratica.

Lo scorrere continuo dei contenuti, per quanto incessante, tende a fermarsi a quel primo livello. Si capisce senza dover rispondere, si assorbe senza restituire, la lingua rimane un suono familiare che non si è mai imparato a produrre. È il motivo per cui un adolescente può guardare film in inglese per anni e sentirsi comunque bloccato quando deve dire la propria, mentre chi la mette in pratica, sbagliando e riprovando, la fa sedimentare in profondità.

La conclusione non è che l'esposizione all'inglese sia inutile, tutt'altro. Avere la lingua intorno per gran parte della giornata è un punto di partenza che le generazioni precedenti potevano soltanto immaginare. Il dato dell'indice ricorda però che quel contatto è un'occasione, non una garanzia: diventa competenza solo quando si smette di ricevere la lingua per cominciare a usarla. Il paradosso dei più giovani, in fondo, non racconta una generazione meno capace, ma una verità antica su come si impara, perché una lingua si possiede soltanto quando la si parla.

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