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338 parole al giorno: il prezzo del parlare sempre meno

338 parole al giorno: il prezzo del parlare sempre meno

Alcuni cambiamenti avvengono così lentamente che è difficile accorgersene. È ciò che sta succedendo anche al nostro modo di parlare: secondo uno studio pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, ogni anno pronunciamo in media 338 parole in meno al giorno. Tra il 2005 e il 2019, il numero medio di parole pronunciate quotidianamente è sceso da circa sedicimila a meno di tredicimila. Una diminuzione graduale che, nel corso di quattordici anni, ha ridotto di quasi un quinto il tempo che dedichiamo al parlato. Il dato è facile da misurare; più difficile è capire che cosa perdiamo insieme a quelle parole

Si potrebbe leggere il dato come l'ennesimo allarme sui tempi che cambiano, eppure è più interessante prenderlo come un piccolo campanello. Stiamo lasciando andare qualcosa di prezioso quasi senza accorgercene e la domanda che vale la pena porsi è cosa. Una parola detta a qualcuno, in fin dei conti, non è mai soltanto un'informazione che passa da una persona all'altra.


La ricchezza di una conversazione a voce

Chi ha studiato la differenza tra il parlare e lo scrivere osserva che la voce mette in campo molto più delle parole che pronuncia. Nel parlato entrano in gioco il tono, il ritmo, le esitazioni, l'ironia, perfino uno sguardo capace di correggere una frase mentre la si dice. Una conversazione vera, per di più, obbliga a stare nel momento, a rispondere senza rimandare, a lasciarsi portare dove il discorso conduce. È un'esperienza che un messaggio non riesce a restituire, non perché sia peggiore, ma perché nasce per uno scopo diverso e usa un canale solo dove la voce ne intreccia molti.

Sotto la questione tecnica ne vive però una più umana. Le conversazioni, comprese quelle minime e in apparenza trascurabili, sono il tessuto sottile che ci tiene legati agli altri. Per far capire cosa si nasconda dietro quelle trecento parole perse, gli autori dello studio scelgono esempi molto concreti: una battuta detta a chi si ama, una risposta più distesa del solito a chi ci domanda com'è andata la giornata. Non un dato astratto, dunque, ma momenti di vicinanza che a poco a poco smettono di accadere.


Come invertire la tendenza

Se parlare è una di quelle abitudini che si perdono per inerzia, esistono all'opposto situazioni capaci di riportarci a farlo di continuo; tra le più intense c'è il vivere per un periodo in un altro Paese. Chi trascorre qualche settimana all'estero per imparare una lingua si ritrova a usarla dalla mattina alla sera, non come compito assegnato, ma come lo strumento con cui attraversa ogni ora della giornata, dalla prima domanda al risveglio all'ultima chiacchierata prima di dormire.

Farsi capire in una lingua che non si possiede ancora del tutto costringe a rallentare, a cercare le parole, a guardare in faccia chi si ha davanti per capire se il senso è arrivato. Accade allora una cosa curiosa: proprio la difficoltà di non avere i vocaboli già pronti ridà alla conversazione un peso che nella lingua madre, ormai automatica, avevamo smesso di sentire. Si torna a parlare molto e a parlare con cura riscoprendo quasi per necessità un piacere che a casa si era spento per abitudine.

Le parole, in fondo, valgono per la loro capacità di metterci in contatto con qualcuno; ogni conversazione lasciata cadere è un filo in meno tra noi e ciò che ci circonda. Lo studio che le ha contate ci ricorda quanto sia facile perderle senza accorgersene, come acqua tra le dita. Tornare a pronunciarne, per giunta in una lingua nuova, è forse uno dei modi più belli per ricordare perché contavano: una lingua, esattamente come una persona, la si conosce fino in fondo soltanto parlandole.

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