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Per tre viaggiatori su quattro, il souvenir migliore non si mette in valigia

Per tre viaggiatori su quattro, il souvenir migliore non si mette in valigia

Per generazioni il viaggio è stato soprattutto una questione di sguardo. Si partiva per vedere un monumento, una città, un paesaggio, e il ricordo si misurava in fotografie. Oggi qualcosa sta cambiando nel modo in cui le persone scelgono di spendere il proprio tempo lontano da casa. Il viaggio è diventato una priorità a cui si rinuncia con fatica: secondo una ricerca condotta da American Express sui viaggiatori di sette Paesi, il 40% conta di spendere di più nel 2026 rispetto all'anno precedente, mentre tra i più giovani quasi due su tre si dicono disposti ad accettare un lavoro con meno vantaggi pur di conservare la libertà di partire. Il dato che colpisce, però, non riguarda quanto si viaggia, ma cosa si pretende da quel tempo.

Il cambiamento può sembrare sottile, ma modifica il senso stesso del partire. Non conta più soltanto la destinazione: conta ciò che si fa una volta arrivati. Il viaggio non viene più pensato soltanto come qualcosa da osservare, ma come un’esperienza a cui prendere parte.


Il souvenir ha smesso di essere un oggetto

Il segnale più chiaro arriva da una tendenza che gli analisti hanno battezzato sight-doing, il "fare" che prende il posto del semplice "vedere". Chi viaggia non si accontenta più di osservare da lontano, ma cerca laboratori, corsi, occasioni per mettere le mani in pasta. Tra i viaggiatori più giovani quasi otto su dieci dichiarano che nel 2026 cercheranno attività legate al luogo che visitano, per una ragione più seria di quanto la parola "attività" lasci intendere: il 76% di chi viaggia è convinto che le competenze acquisite durante un viaggio restino molto più a lungo di qualsiasi oggetto comprato per ricordo.

È un dato che ribalta l'idea stessa di ciò che ci si porta a casa. Il ricordo più prezioso non è più la cosa riposta in valigia, ma qualcosa che si è imparato a fare, che sia un piatto, una tecnica o un gesto nuovo. Non a caso la maggioranza dei viaggiatori più giovani racconta che imparare qualcosa rende l'esperienza più memorabile e colloca il creare con le proprie mani tra le parti più gratificanti di un viaggio. Dopo anni passati a consumare il mondo attraverso uno schermo, tornare a fare qualcosa di concreto è forse diventato il gesto più desiderabile di tutti.


Si cercano storie, non luoghi da spuntare

A questo desiderio di fare se ne intreccia un altro, altrettanto rivelatore, ovvero la fame di autenticità. Sempre secondo la stessa indagine, gran parte dei viaggiatori più giovani preferisce le esperienze autentiche e poco battute alle attrazioni più celebri, e quasi nove su dieci amano lasciare nel proprio itinerario un margine per l'imprevisto. Non si insegue più la lista dei luoghi da spuntare, ma le storie che un posto sa raccontare a chi ha la pazienza di ascoltarle.

Qui il quadro si fa più interessante. Quelle storie, fatte della vita quotidiana di un luogo, del suo umorismo, del suo modo di stare al mondo, non abitano nei monumenti, ma nelle conversazioni. Vivono nella lingua che si parla per strada, al mercato, a tavola, e restano invisibili a chi quella lingua non la mastica. Per raggiungerle non basta attraversare un posto, occorre potervi entrare in dialogo.


La lingua è la porta d'ingresso di tutto

Se il viaggio di oggi è fatto per fare e per capire, allora la lingua smette di essere una delle tante attività possibili e diventa quella che le rende possibili tutte. È la competenza madre, quella che trasforma un ordine al ristorante in una conversazione, una gita in un incontro, una settimana da spettatori in una settimana da protagonisti. Imparare la lingua di un posto non è soltanto un modo di prepararsi al viaggio, è il viaggio stesso nella sua forma più piena, perché è l'unica cosa che permette di smettere di guardare una cultura da fuori e di cominciare ad abitarla da dentro.

È esattamente la promessa di un'esperienza di studio all'estero come quelle che organizza EF, dove la lingua si impara vivendola mentre si entra nella cultura di un luogo attraverso ciò che vi si fa. Accanto alle lezioni sono le attività a dare corpo a questo incontro: un corso di cucina del posto, un'escursione guidata da chi quel territorio lo conosce da sempre, un laboratorio di calligrafia in cui si impara a scrivere il proprio nome in giapponese. Sono piccoli gesti, in apparenza, che però fanno precisamente ciò che i viaggiatori di oggi cercano, perché trasformano la lingua in esperienza e l'esperienza in qualcosa che rimane.

La fotografia composta da questi dati racconta allora un cambiamento tanto semplice quanto radicale. Il ricordo più prezioso ha smesso di essere un oggetto da mettere su una mensola ed è diventato qualcosa di più difficile da riporre: una cosa che si sa fare, una storia che si è capita, una lingua in cui si è imparato a dire la propria. È il tipo di ricordo che non si consuma e non si smarrisce, perché non sta in valigia, sta in chi torna.

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