La felicità di un Paese si misura anche da un portafoglio smarrito
/)
Esiste un test semplice e sorprendente per capire quanto, in un Paese, le persone si fidino le une delle altre. Consiste nel lasciar cadere per strada un portafoglio e osservare quanti tornano al legittimo proprietario. Chiunque provi a indovinare come vada a finire tende a sottostimare parecchio la risposta. In una serie di esperimenti condotti in diverse città si prevedeva che i portafogli sarebbero rientrati in poco più di due casi su dieci, mentre nella realtà ne è tornato indietro oltre l'ottanta per cento.
È un risultato che il World Happiness Report, la grande ricerca dell'Università di Oxford sulla qualità della vita nel mondo, considera tra i più istruttivi, perché dice qualcosa di preciso su una comunità. Chi è convinto che il proprio portafoglio verrebbe restituito tende infatti a dichiararsi più soddisfatto della propria vita di chi non se lo aspetta. La fiducia negli altri, sotto questo aspetto, arriva a pesare quanto molte delle cose che verrebbero in mente per prime.
I Paesi più felici non sono i più scontati
Il portafoglio è soltanto la punta di un ragionamento più ampio. Quando il World Happiness Report stila la sua classifica annuale, i primi posti non vanno alle nazioni che verrebbe spontaneo immaginare: non è la ricchezza a garantirli, non il clima, non la bellezza dei paesaggi. Nell'edizione più recente la Costa Rica figura al quarto posto nel mondo, davanti a nazioni ben più blasonate; la Nuova Zelanda segue poco dopo, all'undicesimo; l'Italia, per avere un riferimento familiare, si colloca intorno al trentottesimo.
A fare la differenza sono fattori meno appariscenti, dal sostegno reciproco tra le persone alla libertà percepita nelle proprie scelte, fino alla fiducia che circola perfino tra sconosciuti. Più del panorama di un luogo, a pesare finisce per essere il suo clima umano.
Ciò che un viaggiatore di passaggio non può vedere
È proprio il clima umano, però, la cosa più difficile da cogliere per chi si limita a visitare un posto. Nell'arco di pochi giorni si possono visitare monumenti e strade principali, mentre la qualità dei rapporti tra le persone resta sullo sfondo, accessibile solo a chi rimane abbastanza a lungo da smettere di sentirsi un ospite. È una conoscenza che matura con lentezza, nel sedimentarsi di quelle esperienze ordinarie che una vacanza non lascia il tempo di accumulare.
Qui si capisce perché studiare una lingua all'estero sia un'esperienza diversa dal semplice viaggiare. Usare ogni giorno una seconda lingua per vivere, non come esercizio, significa entrare in quel tessuto di rapporti invece di sfiorarlo soltanto. La lingua diventa lo strumento con cui si attraversa la vita quotidiana di un luogo, insieme al clima di fiducia che la percorre. Sarebbe eccessivo sostenere che un Paese in cima alle classifiche renda automaticamente migliore l'esperienza di chi ci va a studiare, e la ricerca non si spinge a tanto. Resta però ragionevole immaginare che, là dove le persone tendono a fidarsi e a sostenersi, chi arriva da fuori trovi con più naturalezza il coraggio di parlare, di sbagliare, di riprovare.
Vale la pena tornare, alla fine, al portafoglio. Ciò che rende quell'esperimento memorabile non è la scoperta che le persone siano oneste, ma il fatto che lo siano ben oltre le previsioni. Si parte quasi sempre convinti che il mondo sia più diffidente di quanto poi si riveli, salvo ricredersi proprio grazie a un periodo trascorso lontano da casa. Da un'esperienza così si torna con qualche parola in più in una nuova lingua, ma anche, quando le cose vanno come dovrebbero, con la sensazione di aver incontrato persone più generose di quanto si temesse: una lezione che nessun corso mette in programma e che, a conti fatti, vale il viaggio quanto la lingua che si porta a casa.