Oltre l'inglese: le lingue più utili (e quelle che sottovalutiamo)
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Dopo l'inglese, quale lingua conviene imparare? Prima o poi se lo chiede chiunque abbia studiato una lingua straniera. La risposta istintiva è quasi sempre la stessa: quella parlata dal maggior numero di persone al mondo. È comprensibile, ma rischia di portare fuori strada perché confonde due aspetti che non coincidono: quanto una lingua è diffusa e quanto ci è utile.
Una premessa, per evitare equivoci: l'inglese resta la base. Nelle offerte di lavoro online europee viene richiesto esplicitamente nel 22% dei casi, molto più di qualsiasi altra lingua, ed è quindi lo strumento con il ritorno più ampio e trasversale. Il punto non è sostituirlo, ma capire cosa aggiungere. E qui il mercato del lavoro, la geografia economica dell'Italia, le trasformazioni demografiche e persino il web raccontano una storia meno scontata di quanto sembri.
"Utile" non vuol dire "più parlata"
Il primo malinteso da sciogliere riguarda proprio i numeri. Le classifiche delle lingue cambiano a seconda di cosa si decide di contare. Ethnologue, che censisce oltre 7.000 lingue vive nel mondo, distingue i parlanti nativi da quelli totali, includendo tra questi ultimi anche chi una lingua l'ha imparata in un secondo momento. L'inglese risulta la lingua più diffusa del pianeta solo sommando i non madrelingua: un segnale che la sua forza dipende soprattutto dall'uso internazionale, più che dal numero di chi la parla dalla nascita. È la dimostrazione, in un dato solo, che diffusione e utilità sono due misure diverse.
Se il numero di parlanti non basta, servono criteri migliori. L'utilità di una lingua si può leggere lungo cinque tracce concrete: quanto pesa negli scambi commerciali di un Paese, quanto la cerca il mercato del lavoro, che futuro demografico ha davanti, quanto spazio occupa online e quanto viene studiata rispetto al suo valore reale. Applicate all'Italia, queste cinque lenti restituiscono un quadro più preciso di qualunque classifica mondial (e qualche sorpresa).
Perchè la geografia conta ancora
Il modo più concreto di misurare l'utilità di una lingua, per chi vive in Italia, è guardare con chi il Paese fa affari. Secondo il Rapporto ICE, che fotografa ogni anno il commercio estero italiano su dati ISTAT, il primo partner commerciale è la Germania, con ampio margine: da sola vale circa l'11% delle esportazioni italiane e quasi il 15% delle importazioni, prima sia per ciò che vendiamo sia per ciò che acquistiamo. Seguono altri mercati di grande peso, tra cui Stati Uniti, Francia e Spagna, mentre la Cina conta soprattutto sul lato degli acquisti, come secondo fornitore dell'Italia dopo la Germania.
Tradotto in lingue, e mettendo da parte l'inglese dei mercati anglofoni, questa geografia porta in primo piano tre nomi su tutti: il tedesco, legato al principale partner commerciale in entrambe le direzioni; il francese e lo spagnolo, agganciati a mercati europei vicini e di peso. Il cinese conta a sua volta, ma in modo più specialistico, legato alle forniture e all'industria. Una precisazione è d'obbligo, perché il legame tra un Paese e una lingua non è mai automatico: Svizzera e Belgio, per esempio, hanno più lingue ufficiali e nelle relazioni internazionali molte imprese usano comunque l'inglese. Ma la direzione resta chiara: per chi vive in Italia, la lingua più utile non è necessariamente quella del Paese più popoloso o più lontano, ma spesso quella dei mercati con cui esistono già rapporti frequenti.
Cosa chiede il mercato del lavoro
Il commercio indica dove una lingua potrebbe servire; il mercato del lavoro dice dove viene davvero richiesta. L'analisi dell'OCSE sulle offerte di lavoro online lo conferma: l'inglese compare esplicitamente nel 22% degli annunci europei e sale a una posizione su due tra quelle per manager e professionisti. Tutte le altre lingue, tedesco, spagnolo, francese, cinese, si fermano tra l'1% e il 2%. In Italia, il francese guida questo gruppo con circa il 2% degli annunci, seguito dal tedesco poco sopra l'1% e dallo spagnolo appena sotto, con picchi però in filiere precise: nell'agroalimentare il francese supera il 10% delle posizioni richieste.
Sul fronte italiano, il rapporto Laureati e lavoro del Sistema Informativo Excelsior conferma che le imprese ci tengono: la capacità di comunicare in una lingua straniera compare in circa il 38% delle richieste rivolte ai laureati, in aumento di oltre due punti rispetto all'anno precedente. Lo stesso rapporto segnala che aver studiato un periodo all'estero si accompagna a una probabilità di trovare lavoro più alta di quasi otto punti. Un limite va però dichiarato: le statistiche italiane misurano bene la richiesta generica di "una lingua straniera", molto meno quale lingua, oltre all'inglese, offra le opportunità migliori.
A completare il quadro c'è la ricerca accademica. Uno studio di Gazzola e Mazzacani, pubblicato sulla rivista Empirica, ha misurato il legame tra competenze linguistiche e occupazione in Germania, Italia e Spagna: in Italia, conoscere l'inglese si associa a una probabilità di essere occupati più alta di circa 5,7 punti per le donne e di poco più di quattro per gli uomini. Per altre lingue, come il francese, non emerge un effetto altrettanto ampio e generalizzato: non è una bocciatura, ma la conferma che il suo rendimento dipende maggiormente dal settore, dal ruolo e dai mercati con cui si lavora.
Dopo l'inglese, quindi, non esiste una seconda lingua buona per tutti. Esistono lingue molto utili in determinati mestieri, filiere e contesti professionali.
Il futuro si sposta verso sud
Fin qui il presente. Ma scegliere una lingua significa anche chiedersi quale peso potrà avere tra dieci, venti o trent'anni, e qui la bussola più affidabile è la demografia. Le proiezioni delle Nazioni Unite indicano che la popolazione mondiale, oggi intorno agli 8,2 miliardi, continuerà a crescere per circa altri sessant'anni, fino a un picco di 10,3 miliardi negli anni Ottanta di questo secolo, per poi calare lentamente. La crescita, però, non sarà uniforme: si concentrerà soprattutto in Paesi come India, Indonesia e Nigeria e, più in generale, nell'Africa subsahariana, mentre gran parte dell'Europa e dell'Asia orientale dovrà fare i conti con l'invecchiamento e la diminuzione della popolazione.
Il salto da "Paesi che crescono" a "lingue che contano" va fatto con cautela: un Paese popoloso può ospitare molte lingue diverse e usare ampiamente l'inglese nei rapporti professionali, come accade in India. Alcune traiettorie, però, sono già riconoscibili. La più citata è quella del francese: l'Organizzazione internazionale della Francofonia conta oggi quasi 400 milioni di francofoni e stima che potrebbero diventare 590 milioni entro il 2050, nove su dieci in Africa. Il francese, quindi, non è una lingua in ritirata: sta semplicemente spostando il proprio centro demografico verso sud. Sulla stessa logica si muovono l'hindi, sostenuto dalla crescita dell'India; l'indonesiano, che unisce una popolazione enorme a un'economia in espansione; e il portoghese, che collega il Brasile ai Paesi dell'Africa lusofona.
Internet parla lingue diverse
C'è poi una lente che smonta un altro automatismo: la presenza online non ricalca la mappa dei parlanti. Considerando la lingua dei contenuti pubblicati sul web, l'inglese domina quasi la metà dei siti, con una quota del 49,6%. Subito dopo, però, non compaiono i colossi demografici: spagnolo e tedesco si fermano ciascuno intorno al 6%, il giapponese si avvicina al 5%, francese e portoghese si collocano poco sotto, mentre il cinese, nonostante il suo miliardo e passa di parlanti, supera di poco l'1%.
Il dato va preso per quello che è: non misura quante persone usino una lingua, ma quanti contenuti esistono in quella lingua nel web aperto. Proprio per questo rivela quali lingue abbiano sviluppato ecosistemi digitali particolarmente estesi. Tedesco e giapponese, per esempio, occupano online uno spazio molto maggiore di quanto lascerebbe prevedere il numero dei loro parlanti: un vantaggio concreto per chi lavora con contenuti, commercio elettronico o mercati digitali avanzati. Lingue enormi per popolazione come il cinese e l'hindi, al contrario, restano meno presenti nel web, segno che una parte rilevante della loro attività digitale si sviluppa altrove, su piattaforme e app diverse da quelle qui misurate.
Le lingue che sottovalutiamo
Incrociando tutte queste lenti, commercio, lavoro, demografia, web, con quanto una lingua viene effettivamente studiata, si arriva al cuore della questione. Una precisazione sul termine: "sottovalutata" non significa "migliore delle altre", ma con un valore reale superiore all'attenzione che riceve.
Il caso più netto, per l'Italia, è il tedesco. È la lingua del primo partner commerciale del Paese, quell'11% dell'export e 15% dell'import di cui sopra, ha un peso notevole sul web e un ruolo centrale nelle filiere industriali dell'Europa centrale. Eppure nelle scuole italiane resta molto meno studiato del francese, scelto da più della metà degli studenti delle medie come seconda lingua straniera. Un rendimento alto accanto a un'attenzione bassa: è quasi la definizione da manuale di lingua sottovalutata.
Il secondo caso è il portoghese. La domanda nel mercato del lavoro italiano è ancora limitata, ma questa lingua mette insieme il grande mercato brasiliano, un ecosistema culturale e digitale tutt'altro che marginale e i Paesi in crescita dell'Africa lusofona. Il suo valore potenziale, soprattutto nel medio-lungo periodo, sembra superiore alla popolarità che ha oggi tra chi sceglie una nuova lingua da imparare.
Il terzo caso è forse il più curioso, perché va in controtendenza rispetto alla demografia: il giapponese. Il Giappone ha una popolazione che invecchia e si riduce, e quindi sul piano dei grandi numeri non promette molto. Eppure il giapponese è presente in circa il 5% dei siti web, una quota simile a quella del francese, ed è la lingua di un'economia avanzata e di industrie capaci di esercitare una forte influenza globale: tecnologia, videogiochi, animazione, design, manifattura di precisione. Per chi lavora in questi settori, o si rivolge a mercati di fascia alta, vale più dell'attenzione che riceve normalmente: il promemoria che una lingua può essere sottovalutata non per quanti la parlano, ma per quanto conta nei posti giusti.
C'è infine un nome che vale la pena rovesciare, perché è l'eccezione: il cinese mandarino. Non è una lingua sottovalutata, anzi: la sua importanza strategica è ampiamente riconosciuta, mentre la richiesta nel mercato del lavoro generalista resta contenuta, intorno all'1% degli annunci in Europa come in Italia. Questo non riduce il suo valore per chi lavora nelle forniture, nell'industria o nell'export specializzato legato alla Cina. Significa solo che, per chi punta soprattutto a un vantaggio occupazionale nel breve periodo, il mandarino non è automaticamente la scelta migliore dopo l'inglese.
Alla domanda iniziale, quale lingua conviene imparare dopo l'inglese, non esiste quindi una risposta valida per tutti (e chi la offre sta semplificando). L'inglese resta la base, la lingua che apre il maggior numero di porte in contesti diversi. La seconda lingua, invece, va scelta in funzione della persona: del lavoro che svolge o vorrebbe svolgere, dei mercati con cui entra in contatto, dei Paesi verso cui guarda il proprio futuro. In fondo, la lingua più utile non è quella con più parlanti, ma quella che ci avvicina di più al posto in cui vogliamo arrivare, che sia un mercato, un mestiere o una nuova parte della nostra vita.