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Italia: fanalino di coda dell’Europa

Italia: fanalino di coda dell’Europa

Oltre un miliardo di persone parlano inglese come prima o seconda lingua e molte altre centinaia di milioni come terza o quarta. Per le imprese in espansione, i giovani laureati, gli scienziati, i ricercatori e i turisti di tutto il mondo, il livello di conoscenza dell’inglese allarga gli orizzonti, riduce le barriere e accelera lo scambio di informazioni. Nella la 9° edizione dell’Indice di Conoscenza della Lingua Inglese EF EPI, il più ampio rapporto internazionale sulla padronanza dell’inglese fra gli adulti nel mondo, i dati che emergono sul Bel Paese sono allarmanti: l’Italia incassa infatti un’altra sconfitta contro Francia e Spagna.

La situazione in Europa

In Europa si registra il livello di conoscenza dell’inglese di gran lunga più alto rispetto a qualsiasi altra regione e la comunicazione rapida e semplice rafforza i legami tra europei, allo stesso modo degli scambi studenteschi, dei viaggi e della mobilità dei lavoratori.

I Paesi con il livello più alto di conoscenza dell’inglese in Europa si trovano in Scandinavia, ma il numero di Paesi con una conoscenza elevata in tutta la regione è cresciuto ogni anno dal 2017. Delle quattro maggiori economie dell’eurozona, soltanto in Germania si parla bene l’inglese. Francia, Spagna e Italia sono in ritardo rispetto a quasi tutti gli altri stati membri.

Un altro dato interessante riguarda il divario di genere: coerentemente agli anni precedenti le donne hanno superato gli uomini. Tuttavia, questo divario si è ridotto in modo significativo, dai tre punti dello scorso anno a meno di un punto di quest’anno. Infatti, gli uomini hanno superato le donne in più della metà dei Paesi della regione, con notevoli distacchi in Danimarca e Romania. Anche le prestazioni per fasce d’età sono rimaste sostanzialmente stabili in Europa rispetto allo scorso anno, con l’eccezione dei giovani tra i 18 e i 20 anni, che hanno registrato un lieve peggioramento.

Non tutti però riescono a tenere il passo

I livelli di conoscenza dell’inglese stanno aumentando nell’Unione Europea, con un numero mai visto prima di Paesi posizionati nel livello di conoscenza Alto: i punteggi ottenuti dalla Francia sono migliorati negli ultimi due anni, ma Spagna e Italia sono ancora indietro rispetto al resto dell’UE.

In Italia, due dati che confermano questo scenario e dovrebbero far riflettere sono: la spesa per l’istruzione che rappresenta solo il 3,9% della spesa pubblica registrando un calo di ben 4 punti rispetto al 2018 e la diffusione di Internet che raggiunge solo il 61% della popolazione, in calo rispetto all’anno scorso.

Il Bel Paese fa fatica a crescere

L’Italia si classifica al 36° posto nella classifica mondiale, con un punteggio EF EPI 55,31, chiudendo la fascia di livello medio; appena sopra la Bielorussia che apre la fascia di basso livello. Si segnala, quindi, un peggioramento a livello nazionale che fa perdere al nostro pease due posizioni rispetto al 2018, perdendo 0,46 di punteggio.

Nel nostro amato stivale inoltre, quest’anno nessuna regione ha raggiunto un buon livello di conoscenza della lingua inglese, a differenza del 2018 quando Lombardia, Emilia Romagna, Friulia Venezia Giulia e Veneto rientravano nella fascia di livello superiore. Questo livello di competenza, indica che in media gli italiani che parlano l’inglese sono in grado di partecipare a meeting, comprendere le parole delle canzoni e scrivere email professionali su argomenti di uso comune.

Nonostante questo però, il nostro livello di conoscenza della lingua inglese è ancora troppo basso per affrontare interazioni efficienti e potrebbe essere un ostacolo all’espansione di business e collaborazioni internazionali, rallentando così la crescita totale del nostro Paese.

Come migliorare nel futuro?

Ci sono molte iniziative che l’Italia potrebbe mettere in atto per migliorare e piazzarsi più in alto nella classifica dei Paesi che possiedono una miglior conoscenza e competenza della lingua inglese. È fondamentale però che ognuno di noi si prenda la responsabilità di cambiare il proprio atteggiamento nei confronti dell’apprendimento di una lingua straniera, contribuendo così anche al generale miglioramento del Paese.

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